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Madagascar – Di barriere e conflitti esistenziali

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  Ci sono prigioni che non impongono la fuga perché offrono tutto ciò che serve per restare. Una routine scandita nei minimi dettagli e bisogni di ogni tipo soddisfatti. Una vita agiata ma monotona, un’esistenza che si riduce alla ripetizione, senza scelta né responsabilità. Madagascar si apre in uno zoo, un luogo che promette sicurezza assoluta, e presenta la gabbia non come costrizione, ma come normalità. Uno spazio contenitore di figure crogiolate nel proprio ego e nutrite di fama, abituate a confondere il riconoscimento con la libertà. Ma cosa accade quando il bisogno di libertà (quella vera, non negata ma dimenticata) emerge con tutta la forza possibile? È a questa domanda che Marty, Alex, Gloria e Melman sono chiamati a rispondere. Nella loro ricerca identitaria e di uno spazio “giusto” da abitare, intraprendono un viaggio che non possiede soltanto un valore geografico, ma si configura come un attraversamento progressivo di barriere. Barriere che solo all’inizio sono recint...

Enemy – Stritolati da ragnatele invisibili

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  “È impossibile non avere nemici che non nascono dalla nostra volontà di averli ma dal loro irresistibile desiderio di avere noi.” Enemy  (2013), prima pellicola in lingua inglese di Denis Villeneuve, è un film segnato da viscerali contrasti. Un vortice di follia lynchiana in cui si scontrano Adam Bell, docente universitario di Storia, e Anthony Claire, attore relegato a ruoli secondari. Entrambi interpretati da un camaleontico Jake Gyllenhaal , condividono non solo il medesimo aspetto fisico esteriore, ma anche tratti profondamente identitari come il timbro vocale o le cicatrici sul ventre. Da qui l’immediato parallelo con Fight Club e una lettura di stampo freudiano: un uomo, soffocato dai costrutti morali e dittatoriali della società (il Super-Io), si scinde tra Io (Adam, razionale e asservito) ed Es (Anthony, il bradpittiano Tyler Durden, realizzato e spavaldo). Tuttavia, il film non permette una distinzione così netta. Il montaggio parallelo e la scrittura, sempre in d...

Warface, la recensione: nell'algoritmo della guerra

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  Una forza incontrollata e incontrollabile, un’onda che travolge tutto e tutti, una massa polverosa che cancella i contorni delle cose e delle coscienze, facendo perdere l’orientamento fisico e morale: la guerra è protagonista assoluta del sesto lungometraggio di Alex Garland, Warfare (2025). A distanza di un anno dal suo Civil War , il cineasta britannico torna ad analizzare il tema bellico con la sua prospettiva profonda e originale. Se, infatti, nel film del 2024 lo spettatore condivideva il percorso “controcorrente” dei fotoreporter di guerra (dalla periferia al cuore degli scontri, delle bombe, del pericolo), con Warfare si trova direttamente nel suo epicentro, in una casa di una famiglia irachena invasa da un reparto di Navy SEAL statunitense, durante un’operazione non meglio specificata. Da un lato, un viaggio senza una meta specifica. Dall’altro, una staticità priva di uno scopo definito. E un filo rosso che li unisce: la potenza dell’immagine. In Civil War è la fotogr...

Locke, la recensione: demolizione di fondamenta esistenziali

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  È nel tempo di un semaforo rosso che Ivan Locke prende la decisione più importante della sua vita. Il ticchettio intermittente della freccia, una luce verde che tarda ad accendersi, i lampioni sfuocati. Per poi partire e non tornare più indietro. Inizia così un lungo viaggio in autostrada verso Londra, alla vigilia di una cruciale giornata di lavoro: la più grande colata di cemento mai gestita nella sua carriera. Lo spettatore siede accanto a lui, nel posto del passeggero della sua BMW, e diventa testimone silenzioso di una raffica crescente di telefonate: Bethan, la donna che lo aspetta in ospedale per il parto a cui ha promesso di assistere; la moglie Katrina, che viene a conoscenza del suo tradimento; i due figli che lo attendono a casa per vedere insieme la partita; Garreth, il capo cantiere, che scopre che Ivan non sarà al lavoro l’indomani; Donal, l'operaio a cui viene affidata la delicata gestione di ogni preparativo in sua assenza.  Insomma, il secondo lungometraggio...

Victoria, la recensione: una notte, una città, un solo piano sequenza

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  Ci sono film che si guardano e film che si attraversano. Victoria afferra lo spettatore per mano e lo trascina dentro la notte, senza dargli tempo di pensare, senza offrigli un punto d'appoggio. È un battito accelerato, un respiro spezzato, una corsa sotto i neon di Berlino che si fa sempre più faticosa e pericolosa. Non racconta solo una storia, ma la fa vivere in tempo reale, in ogni esitazione, in ogni scelta improvvisa. È cinema che pulsa, che suda, che trema. È una pellicola che vive nel respiro del presente, nell’immediatezza dell’azione, nella tensione continua che si costruisce scena dopo scena senza mai una pausa, senza mai uno stacco, senza mai un respiro vero e proprio. Girato interamente in un unico, monumentale piano sequenza della durata di 138 minuti (dalle 4:30 alle 7:00 del 27 aprile 2014), Victoria è infatti una sfida alla grammatica classica del cinema, un esperimento tecnico audace che diventa un viaggio emotivo, immersivo, spiazzante. La macchina da presa s...

Dieci Capodanni (2024): recensione

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  “E fai un gin tonic per il ragazzo triste.” Si incontrano così Oscar e Ana. Lui reduce da una litigata con l’ex-fidanzata nel bagno di un locale, lei dalle squallide avance dei clienti al bancone. È Capodanno. Lei festeggia il suo trentesimo compleanno, lui ha spento le sue trenta candeline solo il giorno prima. Due esseri umani, microcosmi di contraddizioni e complessità caratteriali, che si conoscono al ritmo di una canzone alla radio, riflettono sul significato della loro esistenza e sulle relazioni, si scoprono attraverso la sessualità. E in questo modo inizia il gioco attrazione-repulsione, la ricerca di un equilibrio relazionale che passa attraverso i caratteri forti e le emozioni dei protagonisti. Un valzer - o meglio, un’assordante musica techno di una discoteca nordeuropea - che viene immortalato dalla macchina da presa di Rodrigo Sorogoyen con cadenza periodica. Il risultato? Dieci Capodanni, dal 2015 al 2024. Dieci pennellate di un quadro che lo spettatore ha il ...

Flow (2024): recensione

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Flusso. Immagini, colori, suoni, acqua, pesci, pensieri, sensazioni, emozioni, musica. Tutto scorre nel secondo lungometraggio di Gints Zilbalodis, “ Flow ” appunto, fresco vincitore dell’Oscar per il miglior film di animazione. Un delicato equilibrio tra fiaba per bambini e toni apocalittici fa immergere lo spettatore nelle rocambolesche avventure di un gatto, che dovrà salvarsi da una tremenda alluvione che ha completamente sommerso il mondo. La vita umana sembra essere scomparsa, quindi il felino dovrà trovare il modo di superare le avversità, navigando alla deriva su una piccola imbarcazione di fortuna con un gruppo di altri animali. Un viaggio in un mondo sospeso, incontaminato e selvaggio, che si svela progressivamente allo spettatore, immortalato da pochissime riprese statiche che intervallano lunghi piani sequenza e long-take. Una scelta che rende “in presa diretta” il dinamismo delle scene di inseguimento o di combattimento (scelta enfatizzata da una pseudo-camera a mano che...