Flow (2024): recensione
Un viaggio in un mondo sospeso, incontaminato e selvaggio, che si svela
progressivamente allo spettatore, immortalato da pochissime riprese statiche
che intervallano lunghi piani sequenza e long-take. Una scelta che rende “in
presa diretta” il dinamismo delle scene di inseguimento o di combattimento (scelta
enfatizzata da una pseudo-camera a mano che accentua il senso di pericolo e di
urgenza), ma anche per trasmettere la placida calma di una navigazione quasi
contemplativa. Libere da limitazioni tecniche, le riprese si prendono ampia
libertà espressiva, osano, attraversano l’acqua e l’anima dei personaggi. E
tutto viene realizzato con la grafica di un videogioco, così da aggiungere
profondità metafisica, con una resa perfetta e naturalistica dei movimenti
animali.
Un viaggio in una terra ormai libera dall’impronta umana, dove le uniche
tracce della loro esistenza si manifestano attraverso le imponenti statue
maestose (la cui caducità rimanda a quelle di Megalopolis), le colonne, i
templi, le città inghiottite dall’acqua. Neanche la voce: è forte la scelta del
regista lettone di non antropomorfizzare gli animali, che quindi comunicano
solo con un linguaggio fatto di versi, gesti e movimenti. Una sceneggiatura in
sottrazione, che apre la possibilità di interpretare, aggiungere, comprendere e
interrogarsi, supportata dalla colonna sonora (composta anche dal regista
stesso), che esalta e diversifica le diverse sequenze narrative. A questo si
aggiunge anche un’ottima fotografia: la natura lussureggiante e rigogliosa,
resa con colori vivaci e tonalità calde, lascia spazio sempre di più ai toni
freddi dell’oceano, fino ad incupirsi su toni scuri e claustrofobici nella
sequenza della tempesta.
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| Una scena del film (fonte: https://www.themoviedb.org) |
Ma è la scrittura il punto forte della pellicola. Interpretabile di primo
acchito come un percorso di formazione (il gatto che deve superare la sua paura
per l’acqua), Flow si trasmuta in saggio sulla collaborazione tra diversi, la
forte urgenza di mettere da parte le divergenze e le differenze per raggiungere
un obiettivo comune (sono indicative in questo senso le riprese iniziali e
finali, dove il riflesso dell’acqua è popolato dal singolo e poi da un gruppo):
ogni personaggio viene tratteggiato con una forte identità e con delle
contraddittorie peculiarità, ma saprà anche mettere a disposizione di tutti le
proprie abilità e virtù.
E in questo gioco di riflessi e ribaltamenti
poetici, anche il viaggio diventa retrospettivo.
Da un lato, è immediato il richiamo biblico
all’arca di Noè, dove la barca assume valenza di microcosmo esistenziale e
divergenza interiore. Infatti, i tratti peculiari di ogni singolo animale (come
la furbizia, l’ingenuità, la pigrizia e la caparbietà) possono essere letti
come sfaccettature caratteriali e emotive che vanno a comporre l’interiorità
del singolo.
Dall’altro, si aggiunge il tema mistico del sacrificio, un altro richiamo
biblico, sulla montagna più alta, una fusione con il Tutto per il bene di
tutti, per interrompere la forza distruttrice del Diluvio Universale. E poi,
ancora, la ricerca irrazionale della parte più recondita dell’Io, tanto
spaventosa quanto catartica, incarnata dal cetaceo marino dagli occhi
arcobaleno. Una creatura tanto possente quanto fragile, dal ruolo
provvidenziale (nel liberare la barca arenata o nel salvare il gatto dall’annegamento),
presenza costante che si fa carico delle sofferenze vissute, prima fuggita e
poi accolta. E il cui destino viene rivelato dopo tutto il “flusso” dei titoli
di coda.
Insomma, lo spettatore si ritrova sballottolato,
spesso indebolito dal flusso fisico e mentale rappresentato, impotente di
fronte al ciclo costruzione-distruzione, intimorito da una Natura che è più
matrigna che madre. Ma è anche profondamente consapevole della forza della
collettività, riconoscendone il valore nell’unione degli individui, nella
condivisione di idee e nell’azione comune. Comprende come il legame tra le
persone possa generare cambiamenti, superare ostacoli e dare vita a qualcosa di
più grande della somma delle singole parti.
Un monito e un augurio.
E il naufragar diventa dolce in questo mare.
🖋 Scritto da Movieplash
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