Madagascar – Di barriere e conflitti esistenziali
Ci
sono prigioni che non impongono la fuga perché offrono tutto ciò
che serve per restare. Una routine scandita nei minimi dettagli e
bisogni di ogni tipo soddisfatti. Una vita agiata ma monotona,
un’esistenza che si riduce alla ripetizione, senza scelta né
responsabilità.
Il
recinto dello zoo è la prima barriera che viene distrutta, prima sul
piano mentale (con il sogno di Marty, la zebra, in apertura del film)
e successivamente su quello fisico. È una gabbia individuale, un
limite spaziale rassicurante, ma anche una statica condizione
privilegiata. Una gabbia che anestetizza ogni slancio verso il
cambiamento.
A
questa barriera individuale se ne affianca immediatamente una
relazionale.
I personaggi stessi sono separati da recinti anche nelle occasioni di
convivialità. Ad esempio, la festa di compleanno di Marty avviene
senza un vero incontro, perché ognuno rimane confinato nel proprio
recinto. La regia insiste su questa separazione, mostrando la zebra
con inquadrature isolate, mai collocata con il resto del gruppo. In
questo modo, l’altro non è mai incontrato pienamente come
soggetto, ma resta parte di una scenografia rassicurante. La
vicinanza è solo apparente, mediata da sbarre e abitudini.
Questa
barriera relazionale accompagna i personaggi per gran parte del film.
Durante il trasferimento, ognuno viene rinchiuso in una gabbia
differente, simbolo di una solitudine che persiste anche nel viaggio.
Sull’isola di Madagascar, la separazione si riproduce nella linea
tracciata sulla spiaggia, che ribadisce la difficoltà di una
coesistenza autentica. L’amicizia esiste, ma è fragile, perché
non ha ancora attraversato il conflitto.
Lo stesso Alex (il leone) nel momento di maggiore crisi costruisce per sé un recinto, una barriera auto-imposta che sancisce l’incapacità di stare con gli altri senza temerli o ferirli. E questa barriera relazionale diventa sociale. Infatti, Alex viene relegato nella zona dei predatori, uno spazio fisicamente separato e simbolicamente stigmatizzato. Non è più solo un individuo in crisi, ma diventa “il predatore”, ridotto a una funzione. La fotografia si spegne, i toni caldi e sgargianti di una natura lussureggiante lasciano il posto al piatto monocromatismo di uno scenario impervio e roccioso. Qui si consuma un conflitto esistenziale profondo: Alex è diviso tra la sua natura biologica (e i conseguenti bisogni primari) e il desiderio di trascendere quella condizione attraverso l’amicizia. L’impossibilità di conciliare queste due dimensioni lo conduce all’isolamento volontario. Una fuga dalla responsabilità.
Un tentativo di risoluzione del conflitto avviene solo quando la barriera viene oltrepassata. Marty attraversa lo spazio dei predatori e entra nel recinto dei paletti di legno, pur conoscendo la natura di Alex. Con la sua presenza, cantando la loro canzone, è in grado di riconoscere l’altro, senza negarne la pericolosità o la differenza, ma assumendosene il rischio. Marty non chiede ad Alex di smettere di essere ciò che è, ma lo accetta nella sua interezza. Allo stesso tempo, Alex non rinnega la sua natura predatoria, ma smette di esserne prigioniero. L’uscita dalle barriere non è mai un gesto solitario, ma un atto collettivo.
Resta tuttavia aperta una questione decisiva. Questo conflitto esistenziale di Alex viene definitivamente risolto o solamente sospeso? Il personaggio rimane un predatore e non acquisisce una vera autonomia nella gestione del proprio istinto. Il suo bisogno primario viene placato attraverso una soluzione esterna (l’intervento del mastro sushi Rico). Il conflitto non viene eliminato, ma viene accolto e si impara a conviverci. Madagascar non racconta una fuga definitiva, quindi, ma piuttosto tratteggia l’equilibrio precario tra ciò che si è e ciò che si sceglie di essere. Una libertà imperfetta, che non cancella le barriere, ma le attraversa ogni volta che l’altro decide di restare.
Scritto da Movieplash.



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