Dieci Capodanni (2024): recensione

 


“E fai un gin tonic per il ragazzo triste.” Si incontrano così Oscar e Ana. Lui reduce da una litigata con l’ex-fidanzata nel bagno di un locale, lei dalle squallide avance dei clienti al bancone.
È Capodanno. Lei festeggia il suo trentesimo compleanno, lui ha spento le sue trenta candeline solo il giorno prima.
Due esseri umani, microcosmi di contraddizioni e complessità caratteriali, che si conoscono al ritmo di una canzone alla radio, riflettono sul significato della loro esistenza e sulle relazioni, si scoprono attraverso la sessualità.

E in questo modo inizia il gioco attrazione-repulsione, la ricerca di un equilibrio relazionale che passa attraverso i caratteri forti e le emozioni dei protagonisti. Un valzer - o meglio, un’assordante musica techno di una discoteca nordeuropea - che viene immortalato dalla macchina da presa di Rodrigo Sorogoyen con cadenza periodica. Il risultato? Dieci Capodanni, dal 2015 al 2024. Dieci pennellate di un quadro che lo spettatore ha il compito e la responsabilità di terminare, cogliendo gli indizi disseminati nei dialoghi, ma soprattutto riempiendo a suo piacimento lo spazio temporale dal 2 gennaio al 30 dicembre di ogni anno. Ed è per questo motivo che la dimensione rituale del Capodanno, il giorno dei buoni propositi e del cambiamento, acquista ancora più intimità, perché lo spettatore ha la libertà di modulare la sceneggiatura trasformando una storia dal respiro universale in un’intima riflessione sul proprio vissuto. 

Una scena della serie (ep 5).

Un viaggio interiore, quindi, che viene accompagnato da un comparto tecnico di altissima qualità. Infatti, viene spesso utilizzato il piano-sequenza come strumento per esacerbare i momenti di confusione (ad esempio nelle scene in discoteca, uniti a dissolvenze incrociate) ma anche per aumentare il coinvolgimento dello spettatore nelle scene a forte impatto emotivo (come nella magistrale litigata in macchina nel quinto episodio o nella quasi totalità dell’ultimo episodio, una grande lezione di tecnica cinematografica).
Inoltre, sono pressoché infinite le tipologie di inquadrature che “catturano” i protagonisti, passando dai primi piani ai campi lunghissimi, alle camere inclinate, alle riprese da dietro, sia singole che di coppia. In tal modo si costruisce una dinamicità visiva che richiama quella sentimentale, un gioco continuo di distanze, di allontanamento e avvicinamento che rispecchia quello di Oscar e Ana. Proprio come se la macchina da presa agisse da scanner, fornendo tutti i possibili indizi per entrare nell’anima dei personaggi e della relazione.
Anche la fotografia desaturata, tendente al freddo soprattutto nella resa delle grandi città nordeuropee, contribuisce a trasmettere un senso di quotidianità e di universalità, ma anche di allontanamento e di “raffreddamento” della relazione. Ad esempio, nel quarto episodio è disorientante il passaggio tra i toni caldi di una accogliente cucina madrilena ai toni freddi della stessa cucina vista dall’esterno. Transizione che lo scavalcamento di campo rende ancora più netta, andando a preannunciare le future divergenze della coppia su un possibile trasferimento all’estero.
A tutto questo si aggiungono le ottime interpretazioni attoriali di Iria del Rio (Ana) e Francesco Carril (Oscar), impressionanti nella resa di personaggi in continuo mutamento (a volte netto negli anni, altre solo sfaccettato), profondi e intensi soprattutto nelle scene in piano-sequenza.

Insomma, un’estetica identitaria che supporta una scrittura altrettanto riuscita, che attinge dalle esperienze di vita degli sceneggiatori e che ha l’incredibile capacità di porsi in perfetto equilibrio tra gli opposti. Non c’è una litigata dove un personaggio ha completamente ragione o torto, ma sfumature, pareri e opinioni legittime allo stesso modo, mai completamente condannabili o giustificabili. Lo spettatore è quindi a metà e deve solo accettare e custodire il conflitto come parte della relazione stessa, empatizzando ma senza simpatizzare per nessuna delle parti in causa.
E si ritrova in una storia universale di una coppia di solitudini che si rincorre nel fluire del tempo, intrappolata nella quotidianità. Che si svela in quei Capodanni, momenti ciclici di conclusione e rinascita di ogni cosa. Che illudono con la promessa di un cambiamento, ma spesso trascinano nel baratro dei rimpianti e dei rimorsi.
Eppure, in questo ripetersi di distanze e attese, emerge anche un inno contro l’anestesia delle emozioni, un’esortazione a non temere il dolore, la speranza, il confronto, ma ad abitarli. Un invito a leggere la separazione come preludio di un nuovo incontro.

“Non è mai tardi per ricominciare da zero, per tagliare il cordone, per rompere con tutto.
Io posso solo stare con te o contro di me.”

Una scena della serie (ep 10).

🖋 Scritto da Movieplash 

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