Enemy – Stritolati da ragnatele invisibili

 

“È impossibile non avere nemici che non nascono dalla nostra volontà di averli ma dal loro irresistibile desiderio di avere noi.”

Enemy (2013), prima pellicola in lingua inglese di Denis Villeneuve, è un film segnato da viscerali contrasti. Un vortice di follia lynchiana in cui si scontrano Adam Bell, docente universitario di Storia, e Anthony Claire, attore relegato a ruoli secondari. Entrambi interpretati da un camaleontico Jake Gyllenhaal, condividono non solo il medesimo aspetto fisico esteriore, ma anche tratti profondamente identitari come il timbro vocale o le cicatrici sul ventre. Da qui l’immediato parallelo con Fight Club e una lettura di stampo freudiano: un uomo, soffocato dai costrutti morali e dittatoriali della società (il Super-Io), si scinde tra Io (Adam, razionale e asservito) ed Es (Anthony, il bradpittiano Tyler Durden, realizzato e spavaldo).

Tuttavia, il film non permette una distinzione così netta. Il montaggio parallelo e la scrittura, sempre in delicato equilibrio tra i due personaggi, mettono in crisi la separazione tra Io ed Es sia sul piano materiale sia su quello concettuale. 
Adam e Anthony appaiono infatti come due persone distinte, che si incontrano fisicamente in una stanza d’albergo. Hanno diversi vestiti, abitudini alimentari, occhiali da sole, mezzi di trasporto. Anche quando si è portati a pensare che uno sia solo nella testa dell’altro, una voce alla radio instilla il dubbio: non c’è un singolo momento in cui si ha certezza assoluta che siano realmente la stessa persona.
In più, l’insoddisfazione nei confronti della società e il conflitto che ne scaturisce sembrano essere presenti allo stesso modo in entrambi. Adam innesca la scintilla del dubbio e dell’ossessione, mentre Anthony porta divergenze e contraddizioni alla massima conflittualità. E si tratta di un conflitto non tanto tra personaggi quanto dentro il personaggio: conoscendo l’“altro” e sostituendosi alle rispettive esistenze, emergono con forza aspirazioni e ambizioni represse da una parte, e vincoli e aspettative sociali dall’altra.

Infatti, fin dal primo fotogramma, la pellicola mostra due entità ben distinte che cercano disperatamente di non rimanere asfissiate dalla matassa di ragnatele delle convenzioni morali e sociali.
Adam vive nell’anonimato di una routine che si ripete identica nel tempo – resa magistralmente da un montaggio che si concentra sempre sugli stessi dettagli, sugli stessi concetti spiegati a lezione. Eppure è un docente universitario, non un insegnante qualunque in una generica “scuola”. E soprattutto vive una relazione con una donna sensuale e fortemente sessualizzata, che sembra comparire solo per soddisfarlo. 
D’altra parte, Anthony è un attore affermato, vive in un appartamento elegante e segue uno stile di vita salutista, ma è soggiogato dai vincoli della maternità della compagna e dall’imminente genitorialità.
La messa in scena contribuisce ad accentuare questa dicotomia interna, che chiama a sé una sensazione di insoddisfazione e instabilità. Raramente i personaggi sono ripresi al centro dell'inquadratura, ma spesso sono posti ai margini, angolati, come se non trovassero un posto preciso nello spazio, nella loro stessa identità.  

Un conflitto che avviene sullo sfondo di una Toronto sinistra, resa con filtri colore giallognoli, scostante e disturbante. Immortalata con riprese aeree molto lente, inquadrature degli edifici dal basso e campi lunghi, soggettive di una tarantola gigante e spettrale, emblema di una società dittatoriale che immobilizza la città e i suoi abitanti. Una dittatura che poco si discosta da quelle del passato: sempre un controllo delle idee e della conoscenza, sempre un modo per censurare ogni mezzo di espressione e realizzazione individuale. 
In questo contesto, la figura femminile – non come personaggio autonomo, ma così come “mentalmente partorita” da Adam/Anthony – incarna il Super-Io. È attraverso le sue reazioni, le sue sofferenze e le sue aspettative che si forma la gabbia morale da cui il protagonista tenta di fuggire.
Ma anche in questo caso, la donna non è semplicemente un costrutto freudiano che impone regole, giudizi morali e sensi di colpa. È difatti anche un essere sensuale, carnale, affascinante, mistico e quasi idolatrato (nella sequenza ereditata da Eyes Wide Shut di Kubrick). Come la frattura tra Io ed Es non riesce a contenere l’ambiguità dei protagonisti, così la donna finisce per condensare le sue due nature in un’unica, inquietante presenza. Anche nell’erotismo più esplicito, il corpo femminile si fonde con quello della tarantola, trasformandosi in una musa dell’orrore: al tempo stesso oggetto di desiderio e strumento di controllo, promessa di attrazione e presagio di minaccia. 


Il montaggio parallelo del terzo atto, con il confronto tra camere da letto, radicalizza questo contrasto. Da un lato si ha uno spazio ben definito, familiare, un nido di condivisione e racconto, luogo di accoglienza dei più profondi turbamenti, anche se incomunicabili. Dall’altro, si ha uno spazio anonimo, luogo di consumo di una relazione ridotta a pura sessualità, depurata di qualsiasi intimità. Qui il conflitto tocca il suo apice.
L’Es non può convivere con una donna conforme alla sua visione del mondo senza distruggersi. Finisce infatti tra le ragnatele, crepe di un vetro rotto.
E mentre l’Io crede di aver risolto il conflitto abbandonando la parte impulsiva e distruttiva, riaffiora la paura, l’oppressione, il senso di un controllo costante.

Il caos è ordine non ancora decifrato”: non due poli in opposizione, ma la stessa sostanza che cambia forma, come Adam e Anthony, come Io ed Es, come le donne che li circondano e li modellano. La ragnatela non si spezza mai davvero, lascia boccheggiare, ma continua a stringere. L’ultima, fulminea, inquadratura non offre una risposta al conflitto che domina la pellicola: ricorda piuttosto che la soluzione è sempre temporanea, sempre illusoria. Non esiste una chiave per sciogliere l’enigma. L’ordine che crediamo di aver raggiunto è soltanto il preludio di un nuovo caos. E viceversa. 

Commenti