Warface, la recensione: nell'algoritmo della guerra


 Una forza incontrollata e incontrollabile, un’onda che travolge tutto e tutti, una massa polverosa che cancella i contorni delle cose e delle coscienze, facendo perdere l’orientamento fisico e morale: la guerra è protagonista assoluta del sesto lungometraggio di Alex Garland, Warfare (2025). A distanza di un anno dal suo Civil War, il cineasta britannico torna ad analizzare il tema bellico con la sua prospettiva profonda e originale. Se, infatti, nel film del 2024 lo spettatore condivideva il percorso “controcorrente” dei fotoreporter di guerra (dalla periferia al cuore degli scontri, delle bombe, del pericolo), con Warfare si trova direttamente nel suo epicentro, in una casa di una famiglia irachena invasa da un reparto di Navy SEAL statunitense, durante un’operazione non meglio specificata.

Da un lato, un viaggio senza una meta specifica. Dall’altro, una staticità priva di uno scopo definito. E un filo rosso che li unisce: la potenza dell’immagine. In Civil War è la fotografia che si fa testimonianza indelebile degli avvenimenti, mezzo concreto per rendere eterno un momento istantaneo. In Warfare sono la forza delle immagini in presa diretta e l’immediatezza della distruzione che diventano strumento di racconto e denuncia. E in questa direzione si muove una regia che alterna soggettive e primi piani, spesso utilizzando la camera a mano: non vuole solo indagare i volti e le anime dei personaggi, ma trasmettere il senso di urgenza e di pericolo, come se lo spettatore vivesse in quelle stanze polverose e aride insieme ai soldati coinvolti nell’operazione. Così la composizione dell’inquadratura è spesso sporca, imperfetta, focalizzata non tanto a rendere nel miglior modo possibile gli avvenimenti che riprende, ma la visuale ridotta e la prospettiva limitata dei protagonisti.

È sporca anche la fotografia, appiattita, polverosa, desaturata. I grigi, i beige e gli ocra stendono sul film un velo asciutto e terroso, come se la realtà fosse filtrata da una memoria documentaria che non concede abbellimenti. Una cromaticità monocorde che viene spezzata dal bianco e nero, crudele e disumanizzante, delle immagini aeree (che ricorda quello de La zona di interesse). Un’assenza di colori vivi o contrasti che distraggono: lo sguardo dello spettatore resta sospeso in una neutralità emotiva, costretto a condividere il conflitto senza vie di fuga estetiche, immerso in una visione che non lascia riparo.

Anche il sonoro lo assedia. Non c’è colonna musicale a guidare o a stemperare, soltanto una resa realistica dei suoni: spari, ordini, le voci metalliche dei ricetrasmettitori, silenzi densi e improvvisi, urla spezzate, esplosioni seguite dal ronzio che le accompagna. Questi rumori non si limitano a riempire lo spazio, ma lo saturano, diventano invasivi, opprimenti, fino a sommergere chi guarda, braccandolo con la stessa ferocia che travolge chi combatte.

Insomma, la pellicola cerca con tutti i mezzi che ha a disposizione di mettere lo spettatore al centro del gruppo di soldati. Non c’è preambolo, non si conosce la tipologia di missione affidata ai soldati né l’esito. Non c’è spiegazione, solo una descrizione quasi documentaristica di un intervento militare che dura meno di una giornata. La guerra si mostra nella sua crudezza quotidiana: attese snervanti, urina nelle bottigliette di plastica, muri sfondati, vite ordinarie che vengono travolte. Ma ciò che più colpisce è la sua natura quasi algoritmica, una macchina di protocolli ripetuti, azioni iterate, catalogazioni di edifici e persone, coordinate trasmesse senza sosta. Il tempo è scandito dalle nubi di polvere sollevate dalle show force aeree o dal lento avanzare dei carrarmati, eventi ciclici che soffocano e ipnotizzano chi guarda, costringendolo a respirare, vedere e sentire la guerra come un corpo unico, spietato e inesorabile. Un’entità anarchica che divora vite, case, intere esistenze, riducendole in frammenti, come le macerie delle abitazioni bombardate.

Eppure, dietro questa macchina distruttiva, riaffiora l’umanità dei soldati. Se in Civil War la guerra si condensava nell’immagine poetica e devastante di una foresta in fiamme (accompagnata dalle note malinconiche di Breakers Roar), in Warfare il fuoco brucia direttamente nei corpi dei soldati, nelle loro fragilità, nel loro sentirsi ugualmente inermi e vulnerabili. Ingranaggi di un meccanismo più grande di loro, ma anche esseri umani.
Il finale lo suggella con forza: le fotografie dei veri soldati, restituite al silenzio dello schermo, trasformano l’esperienza in una sorta di atto memoriale. Non è più soltanto un racconto di guerra, né tantomeno una rivendicazione patriottica o una celebrazione eroica, ma un gesto di riconoscimento e di restituzione. Dietro i protocolli, i comandi e le strategie, ci sono volti, corpi, storie irripetibili. L’algoritmo della guerra può ridurli a funzioni, ma il cinema, nel suo ultimo sguardo, li riporta alla loro condizione più profonda. Quella di esseri umani.


🖋 Scritto da Movieplash

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