Lazzaro Felice (2018): Recensione

“Gli esseri umani sono come bestie, animali. Liberarli significa renderli consci della propria condizione di schiavitù.”

Suona la zampogna. Una serenata arcaica e sgangherata riecheggia nella notte.
In una camera una lampadina viene avvitata e si accende. Illumina i letti ammassati, i giovani volti.
Il casolare si popola di persone, di visi sporchi, stanchi e sudati. Sono contadini, o meglio mezzadri, schiavi alle dipendenze di una marchesa, proprietaria di una piantagione di tabacco. Coltivano la terra senza ricevere in cambio niente se non la possibilità di sopravvivere in catapecchie fatiscenti.
Un gioco di sfruttamento e soprusi che sembra spezzarsi quando alla tenuta arriva Tancredi, il figlio della marchesa: resosi conto del malvagio sfruttamento della madre cerca con le sue profonde contraddizioni e insicurezze di liberare dal “grande inganno” i contadini. Che così si troveranno a fare i conti con la società moderna, un mondo avanti anni-luce rispetto alla loro condizione feudataria. Talmente lontano e remoto che si manifesta solamente con l’intermittente bagliore di un segnale luminoso su un’antenna, scambiato per un simbolo mistico, ultraterreno.

Un passaggio netto, disorientante tanto per i protagonisti che per lo spettatore. Che assiste ad una variazione paradigmatica dello stile narrativo e cinematografico: la realtà rurale, fatta di fango e lavoro manuale, descritta con sensibilità verista (chiari i riferimenti a Olmi e a Bertolucci) lascia il posto ad una resa disincantata della società industrializzata di una grande metropoli. Le riprese ampie, dall’alto verso il basso, che celebrano gli spazi verdi, le montagne brulle e che trasmettono il senso di piccolezza degli uomini, si trasformano in riprese soffocanti, dal basso verso l’alto, verso i grattacieli ingombranti, per sottolineare sopraffazione e inadeguatezza. I colori caldi e desaturati dell’arida campagna estiva sono rimpiazzati dai colori freddi e anonimi di una città invernale.
E gli spazi sconfinati si riducono a hangar ristretti: l’essere umano liberato diventa consapevole della sua condizione di schiavitù, si deumanizza, perde lo scopo della sua esistenza, il contatto con la terra e i suoi frutti. Da sottomesso a estromesso, destinato sempre ad occupare le ultime posizioni della piramide sociale, che viene rappresentata in tutta la sua verticalità. E se nel mondo contadino è la dimora della marchesa a dominare su tutta la vallata, nella contemporaneità è il letto a castello di Pippo a essere collocato in alto, perché è la capacità di leggere e di essere istruiti l’unica via di accesso ai canoni e alle leggi della società industrializzata.


Una scena del film.

Ed è proprio il contatto, il toccare, un elemento fondativo e ontologico del cinema di Alice Rorhwacher. Che sia quello erotico, al limite del blasfemo, del crocifisso ligneo di Marta (Corpo Celeste), oppure quello preoccupato e “sporco” di miele di Gelsomina (Le Meraviglie), o quello delicato e consapevole di Arthur sui lineamenti di una statua etrusca (La Chimera) o ancora quello urgente e catartico degli intonachi sui muri parigini (Allegoria Cittadina), il contatto è strumento di conoscenza, legame profondo con la realtà circostante e realizzazione personale.

E quando il legame con la terra sembra essere completamente reciso, consapevole custode dei mostri del passato, sarà Lazzaro a conferire nuova urgenza al contatto, non più gesto di sottomissione forzata e brutale ma strumento di rinnovato dialogo con la natura, canale privilegiato di esistenza e opportunità di valorizzare il poco che si ha a disposizione. Un ragazzo della comunità contadina che rimane tale nel corso dei trent’anni di durata del racconto, una giovinezza simbolo della sua purezza e generosità. Nato profondamente buono e fermamente convinto a sua volta della bontà degli uomini, sarà in grado di “risorgere” per testimoniare la sua essenza intrinsecamente altruista. E lo fa attraverso una sensibilità delicata, una percezione sognante e sospesa della realtà: una lampadina viene avvitata, un ululato si sente in lontananza, una padella fa da sipario, ... è la potenza dei piccoli gesti quotidiani a creare un legame onirico e profondo con i ricordi di un'infanzia rurale e spensierata.

Ma Lazzaro è anche incapace di discernere la cattiveria e il male. Sarà profondamente ferito da una società che non sembra neanche in grado di accogliere la sua missione redentrice e altruista. Non riuscirà mai a essere davvero “felice”, ma anzi diventa consapevole della sua impotenza. E dovrà anche fare i conti con un mondo sempre più opprimente e spietato, dove si sgomita per sopravvivere.
Sarà sua sorella Antonia a cercare di proteggere il suo animo profondamente buono. E ogni strato di indumento che gli farà indossare è metafora di una corazza protettiva verso la realtà circostante.
Ma non basta. Una maglietta bianca, poi un maglione grigio, infine una giacca nera: i colori dei suoi vestiti sono sempre più scuri, presagio della progressiva crudeltà degli esseri umani.
Che sono come bestie, animali. Più feroci di un predatore selvatico.  


Adriano Tardiolo (Lazzaro) in una scena del film.

🖋 Scritto da Movieplash

Commenti

Post popolari in questo blog

Madagascar – Di barriere e conflitti esistenziali

Flow (2024): recensione

Dieci Capodanni (2024): recensione